Audioguida Napoli – Le Fontane

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Fontana del Gigante

La Fontana ha una storia piuttosto movimentata, fatta di spostamenti e riorganizzazioni urbane.

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Fu costruita all’inizio del Seicento, in piena epoca vicereale, da due scultori di rilievo: Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino. L’intento era chiaro — abbellire la zona del Palazzo Reale con un’opera che mostrasse potere e decoro. Il nome “del Gigante” deriva dalla presenza, in origine, di una statua colossale di Giove, ritrovata a Cuma e sistemata accanto alla fontana. Una combinazione che oggi farebbe storcere il naso agli archeologi, ma che all’epoca funzionava.

Nel 1815, la fontana viene spostata al molo, davanti all’edificio detto dell’Immacolatella, Ma anche quella sistemazione non dura: nel 1905, il Comune decide di collocarla definitivamente lungo il nuovo tratto di strada ottenuto dalla colmata della spiaggia. Una scelta più funzionale che simbolica, dettata dal bisogno di dare una sistemazione stabile a un’opera che, nel frattempo, aveva perso il suo contesto originario.

La Struttura

è composta da tre archi a tutto sesto. Quello centrale ospita una vasca decorata con animali marini, mentre nei due laterali si trovano statue fluviali che reggono creature acquatiche. Ai lati estremi due cariatidi sorreggono cornucopie. In alto, gli stemmi del viceré, del re e della città di Napoli completano l’apparato decorativo, ricordando chi aveva il potere e chi lo esercitava.

Più che un simbolo eterno, la Fontana del Gigante è un esempio concreto di come l’arte pubblica venga spesso adattata, spostata e reinterpretata secondo le esigenze della città.

Fontana del Seboto

La Fontana oggi visibile in Largo Sermoneta, alla fine di via Caracciolo, è uno di quei monumenti che raccontano più di quanto sembri.

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Non tanto per la sua imponenza, quanto per la storia che si porta dietro, fatta di spostamenti, restauri e un fiume che non c’è più.

Fu costruita nel 1635, su commissione del viceré Manuel Zuñiga y Fonseca, e progettata da Cosimo Fanzago, uno degli architetti più attivi e influenti del barocco napoletano. A realizzarla materialmente furono il figlio Carlo e lo scultore Salomone Rapi. La fontana, inizialmente, si trovava nell’attuale via Cesario Cònsole, allora chiamata salita del Gigante, addossata a un muraglione che affacciava sull’arsenale. Ma come spesso accade a Napoli, le esigenze urbanistiche cambiano, e nel 1900 la fontana viene smontata. Solo nel 1939, dopo la colmata del lungomare, viene ricollocata in riva al mare, ai piedi di via Posillipo, dove si trova ancora oggi.

La sua struttura è tipica del gusto barocco: un arco centrale, che un tempo era una nicchia, ospita la statua del Sebeto, il fiume mitico che un tempo attraversava Napoli. Il Sebeto è raffigurato come un vecchio barbuto, disteso su un fianco, con lo sguardo severo. Ai suoi lati, due tritoni reggono grandi otri da cui sgorga l’acqua, che si raccoglie in tre vasche in marmo poggiate su una base in piperno. Alle estremità, due obelischi piramidali con globo completano la composizione. In alto, sopra l’arco, si trovano gli stemmi del re di Spagna, del viceré e della città di Napoli, come a ribadire chi comandava e chi pagava.

La fontana è un omaggio a un fiume che non esiste più, inghiottito dalle viscere della città. Ma è anche un esempio concreto di come l’arte pubblica, a Napoli, sia sempre stata legata alla storia, alla politica e alla trasformazione dello spazio urbano. Non è lì per caso, e non è rimasta sempre uguale. Ha seguìto i cambiamenti della città, adattandosi, spostandosi, ma conservando il suo significato.

Fontana della Sirena

Nel centro di Piazza Sannazaro, tra il traffico che corre verso Fuorigrotta e il mare che sbuca dietro la Galleria Laziale, c’è una fontana che non tutti guardano, ma che merita di essere ascoltata.

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È la Fontana della Sirena, e come spesso accade a Napoli, non è lì per caso.

La sua storia comincia nel 1869, quando Onofrio Buccini e un giovane Francesco Jerace la scolpiscono per ornare i giardini della stazione ferroviaria di Piazza Garibaldi. Non era solo decorazione: era il primo saluto ai viaggiatori che arrivavano in città, un benvenuto scolpito nel marmo. Poi, nel 1924, con l’apertura della Galleria Laziale e la trasformazione urbanistica della zona di Mergellina, la fontana viene spostata al centro della nuova piazza, dove si trova ancora oggi.

La composizione è barocca nel cuore, ma ottocentesca nell’esecuzione. Una grande vasca ellittica, interrata, ospita uno scoglio centrale da cui emergono quattro animali marini: un cavallo, un leone, un delfino e una tartaruga. Non sono scelti a caso: ciascuno rappresenta un simbolo iniziatico, un richiamo a tradizioni antiche, forse massoniche, forse mitologiche. Sopra di loro, la Sirena. Non una qualunque, ma Partenope, la fondatrice mitica di Napoli. Ha la coda avvolta intorno ai fianchi, una lira nella mano destra, e il braccio sinistro alzato, come se stesse cantando ancora, cercando Ulisse tra le onde.

La leggenda dice che Partenope, respinta dall’eroe greco, si lasciò morire sulle coste di Napoli. Ma qui, nella fontana, non è morta: è viva, e guarda la città con fierezza. È un monumento che parla di bellezza e mito, di quella malinconia tutta napoletana che trasforma il dolore in arte.

Oggi, dopo un recente restauro, la fontana è illuminata di sera, e la Sirena sembra emergere davvero dalle acque. Non è solo un’opera d’arte: è una sintesi perfetta di ciò che Napoli è stata e continua a essere. Un luogo dove la storia non si conserva ma si reinventa.

Fontana del Nettuno

Se si potesse ascoltare la voce delle pietre, la Fontana del Nettuno racconterebbe una storia lunga più di quattro secoli, fatta di spostamenti, mutilazioni, restauri e trionfi.

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Non è una semplice fontana, ma una creatura viva, che ha attraversato epoche e governi, come un vecchio nobile che ha cambiato palazzo più volte, ma ha sempre mantenuto il suo portamento regale.

Tutto comincia alla fine del Cinquecento quando Napoli era una delle città più popolose d’Europa, sotto il dominio spagnolo. Il viceré Enrico di Guzmàn, uomo ambizioso e desideroso di lasciare un segno, commissiona una fontana monumentale che celebri la potenza del mare e, indirettamente, quella della monarchia. A realizzarla sono chiamati artisti di prim’ordine: Michelangelo Naccherino Pietro Bernini, Angelo Landi e Domenico Fontana.

La fontana nasce nei pressi dell’Arsenale, ma non hà pace. Nel 1625 viene spostata nel largo di Palazzo, oggi Piazza del Plebiscito, ma lì intralcia le feste popolari ele processioni. E allora via, si cambia di nuovo: la si porta a Santa Lucia, dove Cosimo Fanzago, scultore geniale e inquieto, la arricchisce con nuove figure. Ma anche lì non dura: nel mille e seicentotrentotto viene trasferita in via Medina, dove subisce grandi lavori di ampliamento. È come se la città non riuscisse a trovare il posto giusto per questa creatura di marmo e bronzo, che sembra sempre troppo ingombrante o troppo preziosa per essere lasciata in pace.

Nel 1647, durante la rivolta di Masaniello, la fontana viene mutilata. Non è un caso: quando il popolo si solleva, le statue diventano obiettivi , simboli di un potere che non si riconosce più. E poi, nel 1672, il viceré Pedro Antonio d’Aragona la depreda, portandosi via alcuni ornamenti. Ma la fontana resiste. Viene restaurata nel 675 e, probabilmente, spostata nei pressi del Molo Grande. Alla fine dell’Ottocento, il Comune decide di sistemarla in Piazza Borsa, dove rimane per più di un secolo, fino al 2000. E poi, ancora una volta, si muove: per i lavori della metropolitana viene restaurata e riportata in via Medina, come se finalmente avesse trovato casa.

La sua struttura è complessa e teatrale, Una grande vasca circondata da una balaustra, con leoni che sputano acqua dalle fauci e stringono stemmi tra le zampe. Mostri marini, delfini cavalcati da tritoni, satiri e ninfe che reggono una tazza, e sopra a tutto, Nettuno, il dio del mare, con il tridente da cui zampilla l’acqua. È un racconto scolpito, un’allegoria del dominio sul mare, ma anche una celebrazione della bellezza e della potenza.

Fontana di Monteoliveto

Nel cuore di Napoli, tra la Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi e il via vai di studenti e motorini, c’è una fontana che racconta una storia di potere propaganda e malformazioni ereditarie. È la Fontana di Monteoliveto, dedicata a Carlo II di Spagna.

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Correva l’anno 1669. Il viceré Don Pietro Antonio d’Aragona, zelante servitore della corona, volle celebrare il giovane Carlo, appena quattro anni, con un monumento degno di un imperatore. Ma raffigurare un bambino in bronzo non era cosa semplice. Così si decise di scolpirlo già adulto, con tanto di corona e posa regale. Il problema? Carlo era deforme, figlio di generazioni di matrimoni tra cugini zii e nipoti. Aveva una mascella sporgente, difficoltà motorie, e una passione smodata per i dolci. Lo chiamavano “el Hechizado”, lo stregato, e non per caso.

La fontana fu costruita con grande sfarzo: una vasca polilobata a tre bracci, su cui poggiano leoni e aquile, simboli di forza e potere, che reggono gli stemmi del re, del viceré e della città. Al centro, un obelisco piramidale culmina con la statua bronzea del sovrano, realizzata da Francesco D’Angelo su disegno di Cosimo Fanzago. Ma la statua è piccola, sproporzionata rispetto alla struttura. Un re minuscolo su un piedistallo gigantesco: il simbolo perfetto di un potere che voleva apparire grande, ma che era già in declino.

I lavori durarono anni, tra cambi di scultori, ripensamenti e polemiche. E oggi, la fontana è lì, un po’ dimenticata, un po’ maltrattata, ma ancora capace di raccontare. Racconta di un impero che si sgretolava, di un re che soffriva, e di una città che come sempre, sapeva trasformare anche la tragedia in bellezza.

Fontana del Carciofo

Tra il Teatro San Carlo e la Galleria Umberto I, c’è una fontana che non ha nulla dell’antico splendore barocco, né delle allegorie mitologiche che popolano le fontane seicentesche della città. Eppure, la Fontana del Carciofo è diventata un simbolo, non tanto per la sua forma quanto per il contesto in cui è nata: la Napoli del dopoguerra, del cemento del calcio e della propaganda.

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Siamo alla fine degli anni Cinquanta. Il sindaco Achille Lauro, figura controversa e carismatica, decide di lasciare il segno anche nell’arredo urbano. Non è un caso che la fontana venga collocata proprio in Piazza Trieste e Trento, a due passi da Piazza Plebiscito, in un punto strategico e centrale. Achille Lauro che non era solo sindaco ma anche presidente del Napoli calcio, voleva un monumento che parlasse alla città, che fosse suo ed allo stesso tempo popolare. E così nasce la Fontana del Carciofo.

Il progetto viene affidato agli ingegneri Carlo Comite, Mario Massari e Fedele Federico. La struttura è semplice: una grande vasca circolare, circondata da un giardinetto, con al centro una tazza da cui l’acqua zampilla da un elemento floreale. Ma non è un fiore qualsiasi. La forma ricorda quella di un carciofo, e i napoletani, che non perdono tempo con i formalismi, la battezzano subito così. Da quel momento, il nome resta. Nessuna targa ufficiale, nessuna dedica: solo il soprannome popolare, che diventa definitivo.

La fontana viene inaugurata nel 1956, dopo che il Consiglio Superiore delle Belle Arti aveva bocciato la proposta di spostare lì la Fontana di Monteoliveto. Lauro, per tutta risposta, ne fa costruire una nuova. È un gesto politico, quasi una provocazione. E nel tempo, la Fontana del Carciofo diventa anche un punto di riferimento per i tifosi del Napoli, che vi si radunano durante le feste e le vittorie, spesso danneggiandola nel fervore dei festeggiamenti.

Oggi, dopo vari restauri, la fontana continua a zampillare, discreta ma presente. Non ha la nobiltà delle fontane antiche, ma ha qualcosa che le altre non hanno: è figlia di un’epoca precisa, di un sindaco che voleva essere re e di una città che sa trasformare anche un carciofo in monumento.